Before The Glow è un progetto che prende forma attraverso un equilibrio sottile tra scrittura, produzione e ricerca sonora. In questa intervista, Stefano entra a fondo nel suo processo creativo, affrontando il rapporto tra musica e parole, il ruolo della produzione nella definizione dell’identità artistica e l’importanza della polistrumentalità come strumento espressivo. Ne emerge una visione precisa, in cui ogni scelta — dal singolo suono alla struttura complessiva — contribuisce a costruire un linguaggio coerente, capace di evolversi senza perdere la propria essenza. PS: A questo link trovate la nostra recensione dell'album "Black Rose"
1. Stefano, come affronti la scrittura dei testi rispetto alla composizione musicale?
Generalmente parto dalla musica. Per me la melodia e l’architettura armonica sono il primo motore. Il testo arriva dopo, come una necessità naturale della forma canzone. Non mi interessa scrivere cronaca personale. Cerco di distillare un’esperienza fino a renderla simbolica. Quando scrivo un testo, tolgo più di quanto aggiungo. Lavoro per sottrazione, cercando di lasciare solo ciò che può restare nel tempo. Detto questo, ci sono momenti — come nel periodo di Universi Alternativi — in cui le parole diventano il detonatore iniziale. In quei casi la musica si mette al servizio del linguaggio.
2. Essendo anche produttore dei tuoi brani, quanto incide la tua visione artistica nelle scelte di arrangiamento?
Incide totalmente. Essendo coinvolto in ogni fase, non esiste una separazione tra scrittura e produzione. Quando compongo, sto già pensando in termini di arrangiamento. So già se un ritornello dovrà aprirsi, se una strofa dovrà restare spoglia, se servirà un controcanto o un silenzio. La mia visione non è solo melodica, è architettonica. Ogni scelta sonora deve essere coerente con l’identità del brano.
3. Ci sono strumenti che prediligi per definire il mood di una traccia?
Non c’è uno strumento assoluto, ma le chitarre — soprattutto il dialogo tra acustica ed elettrica — sono spesso il centro del mio linguaggio. L’acustica dà radice e intimità. L’elettrica dà spazio e tensione. A volte basta scegliere quale delle due deve guidare per cambiare completamente il mood. Anche il basso per me è fondamentale: spesso è lui che decide la temperatura emotiva di un brano.
4. Quanto sperimenti con strumenti insoliti o elettronici nel processo creativo?
Sperimentare mi interessa, ma sempre con un criterio. Non inserisco elementi elettronici o strumenti insoliti solo per sorprendere. Se una traccia tende verso una dimensione più elettronica, allora lascio spazio a synth, texture, programmazioni. Ma devono essere coerenti con l’anima del pezzo. La sperimentazione per me non è rottura, è espansione controllata.
5. Qual è il brano in cui senti di aver espresso al meglio il tuo stile come polistrumentista?
Non è facile sceglierne uno solo, perché ogni brano rappresenta una fase diversa del mio percorso. Però ci sono pezzi in cui sento di aver raggiunto un equilibrio molto maturo tra scrittura e produzione. “La Dea”, tratta da Universi Alternativi, è sicuramente uno di questi. In quel brano ho percepito una fusione molto naturale tra testo, melodia e arrangiamento. Nulla è stato forzato: ogni strumento è entrato con una funzione precisa, quasi inevitabile. Anche “Chocolate” ed “Exist” da Black Rose rappresentano bene il mio modo di lavorare. In quei pezzi c’è dinamica, c’è layering progressivo, ma c’è anche controllo. Ogni elemento ha un ruolo chiaro. Nessuno invade lo spazio dell’altro. Credo che il mio stile come polistrumentista emerga soprattutto quando riesco a far convivere complessità e semplicità. Quando posso stratificare più livelli, ma senza che l’ascoltatore percepisca peso o sovraccarico. Se dovessi riassumere, direi questo: il mio stile si esprime al meglio quando ogni strumento sembra indispensabile, ma nessuno sembra esibizionistico. Ed è una linea sottile, che cerco ogni volta di attraversare con consapevolezza.
6. Hai mai riscritto interamente un pezzo perché un’idea strumentale ti ha portato in una direzione diversa?
Sì, molto spesso. A volte basta un dettaglio strumentale per cambiare completamente la prospettiva di un brano. Una linea di basso può spostare il baricentro emotivo, un cambio di ritmo può trasformare l’intenzione iniziale. In quei casi non mi affeziono all’idea di partenza. Non la difendo per orgoglio. Se sento che la canzone sta chiedendo altro, la seguo. Mi è capitato più volte di iniziare una produzione con un tempo preciso — magari 110 BPM — e lavorarci per giorni. Poi, a un certo punto, qualcosa non respira. Sento che il brano è troppo lento o troppo veloce. E allora cancello tutto e riparto da capo con un tempo diverso. A volte basta abbassare o alzare di pochi battiti per capire se il pezzo vuole più aria o se, invece di essere un brano energico come pensavo, tende naturalmente verso una ballad. Succede anche con lo strumento portante. Posso scrivere un pezzo interamente con la chitarra acustica e convincermi che sarà il cuore dell’arrangiamento. Poi riascoltando mi accorgo che, pur essendo nato così, lo strumento centrale non è quello. È esattamente ciò che è successo con “Exist” di Black Rose. Il brano è nato su chitarra acustica, ma col tempo ho capito che solo un pianoforte in apertura poteva dare quella “botta allo stomaco” in relazione al testo e alla melodia. Le chitarre acustiche ci sono ancora, ma entrano a metà brano, non come protagoniste — come inizialmente immaginavo — bensì come supporto emotivo. Questo perché, già dalle prime tracce, la canzone comincia ad avere una sua volontà. A un certo punto non sei più tu a guidarla del tutto. Diventi piuttosto qualcuno che la ascolta, la interpreta, la accompagna. Più che il creatore assoluto, divento il suo servitore. E quando accetti questa dinamica, il brano trova la sua forma più autentica.
7. Come gestisci la struttura dei brani: preferisci linee melodiche classiche o ti lasci guidare dall’improvvisazione sugli strumenti?
Sono alla costante ricerca della melodia. Per me la melodia è tutto. Non importa se a guidare sia la voce o uno strumento che ne prende il posto — una chitarra, un pianoforte, perfino una linea di basso. L’importante è che esista quell’insieme di note capace di restare addosso. Quella frase musicale che puoi fischiettare in macchina, sotto la doccia, o riconoscere distrattamente alla radio mentre stai facendo altro… e che improvvisamente ti cattura e ti riporta dentro il mondo della canzone. La struttura nasce quasi sempre attorno a questo nucleo melodico. Posso improvvisare molto all’inizio, lasciarmi guidare dagli strumenti, cercare combinazioni armoniche diverse. Ma quando trovo la melodia giusta, tutto il resto si organizza intorno a lei. È come trovare il centro di gravità del brano. Scrivere una buona melodia è difficilissimo. Proprio perché deve essere semplice. La semplicità vera è la cosa più complessa da raggiungere. Quando una melodia funziona, quando conquista l’orecchio di più persone pur rimanendo essenziale, quello è quasi un evento miracoloso. Io costruisco le strutture in modo anche molto consapevole, ma senza una melodia forte non c’è architettura che tenga. Alla fine, ciò che resta di una canzone, ciò che attraversa il tempo, è sempre la melodia. Tutto il resto è cornice.
8. Quali strumenti ritieni fondamentali nel definire il sound unico di Before The Glow?
Voce, chitarre, basso, batteria e tastiere. Quella è la grammatica di base. È il terreno su cui costruisco tutto. Dentro questa struttura, però, l’elemento più distintivo è il dialogo tra acustico ed elettrico. È lì che nasce quell’oscillazione che sento profondamente mia: tra il suono di una band e l’intimità di un cantautore. Tra impatto e vulnerabilità. Mi piace lavorare sulla stratificazione. Amo creare un “muro” sonoro in cui chitarre elettriche, chitarre acustiche e tappeti di synth si intrecciano fino a fondersi. Non è un muro aggressivo, ma uno spazio denso, avvolgente. Uno spessore emotivo più che una semplice sovrapposizione di tracce. L’elettronica per me non deve mai essere invasiva. Non deve prendere il centro della scena. Deve sostenere, ampliare, dare profondità. È una luce indiretta che arricchisce l’architettura costruita dalle chitarre. Alla fine, il sound di Before The Glow nasce proprio da questo equilibrio: radice rock, sensibilità melodica e un’atmosfera che tende verso l’elettronico senza perdere calore umano. È una fusione controllata, dove ogni elemento ha il suo spazio e il suo perché.
9. Quanto influisce la tua formazione polistrumentale nel trovare soluzioni originali durante la produzione?
Influisce moltissimo. Pensare come bassista, come batterista o come tastierista mi permette di uscire dalle soluzioni più prevedibili. Posso far fare al basso un lavoro melodico invece che limitarsi a sostenere l’armonia. Posso lasciare più spazio alla batteria, lavorando sulle pause e non solo sulla potenza. Posso costruire chitarre che non fanno semplicemente accordi, ma dialogano tra loro o diventano texture. La polistrumentalità, per me, non è accumulo di competenze. È prospettiva multipla. È la possibilità di guardare lo stesso brano da angolazioni diverse. Sono sostanzialmente un autodidatta. A parte qualche lezione di pianoforte e di batteria, ho imparato molto da solo, ascoltando, provando, sbagliando. E soprattutto confrontandomi con musicisti tecnicamente più preparati di me. Quel confronto è stato fondamentale: mi ha dato le basi teoriche e la consapevolezza necessaria per potermi esprimere con sicurezza. Non mi considero un virtuoso, e non è quello che cerco di essere. Mi interessa avere gli strumenti sufficienti per tradurre un’intuizione in suono. Se riesco a farlo, allora la tecnica ha fatto il suo dovere. Alla fine, quello che conta non è quanto sai suonare veloce o complicato. Conta quanto riesci a essere preciso nel trasformare un’idea in realtà.
10. Ci sono tecniche o approcci compositivi che vuoi esplorare nei prossimi lavori?
Mi piacerebbe spingermi ancora di più nel contrasto tra minimalismo e ampiezza. Mi affascina l’idea di togliere quasi tutto, ridurre un brano all’essenziale — magari solo voce e un accompagnamento scarno — e poi farlo espandere in modo controllato, quasi inevitabile. Non un’esplosione casuale, ma una crescita costruita con precisione, dove ogni ingresso ha un peso specifico. Voglio lavorare ancora di più sulle dinamiche. Sui silenzi. Sulle pause. Sul coraggio di lasciare spazio. Spesso la tentazione, quando sei polistrumentista, è riempire. Aggiungere. Stratificare. Ma ho capito che la vera maturità sta nel sapere quando fermarsi. Quando lasciare che una nota resti sospesa senza essere subito sostenuta da qualcos’altro. Perché a volte ciò che non suoni è potente quanto ciò che suoni. E credo che proprio lì ci sia ancora molto da esplorare: nella tensione tra presenza e assenza, tra suono e silenzio. È uno spazio sottile, ma è quello che può rendere una canzone davvero memorabile.
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