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Intervista ai WHATAFUCK


Dietro le maschere degli Whatafuck c’è Davide Giorgi, musicista che ha costruito il proprio sound fondendo la new wave degli anni ’80 di Depeche Mode, New Order e Duran Duran con il metal moderno degli anni ’90 di Korn, Slipknot, Fear Factory e Machine Head. Con All My Faces, questa miscela prende forma in un album diretto, potente e melodico, dove groove, aggressività e atmosfere oscure convivono con testi ispirati a esperienze personali e suggestioni horror e fantasy. Abbiamo incontrato Giorgi per parlare della genesi del disco, delle sue influenze, del rapporto tra tecnica e feeling, della collaborazione con Marco Calabrese e, soprattutto, della direzione che gli Whatafuck intendono seguire in futuro.

1. Nella recensione di "All My Faces" abbiamo scritto che il disco “parte, colpisce e si mette comodo”, puntando immediatamente su groove, pesantezza, rabbia e melodia. Era esattamente questa l’intenzione quando hai iniziato a lavorare all’album oppure il risultato finale è arrivato in maniera più spontanea?
È proprio il mio modo di comporre, l'idea alla base è molto pop... orecchiabile, dritta e potente. Nessuna sperimentazione.

2. "Kiss Of Keratis", "Never Give Up" e "Point Of No Return" mostrano un lato molto diretto e fisico del progetto, costruito attorno a riff e groove. Quanto è importante per te che una canzone metal riesca prima di tutto a “funzionare” fisicamente sull’ascoltatore, ancora prima di essere analizzata dal punto di vista tecnico?
Tecnica e groove sono importanti in egual misura ma occhio, ricordiamoci che tecnica non vuol dire per forza scale assurde di chitarra o doppia cassa a 280, ma anche suonare semplici ma bene, con tiro e feeling!

3. "All My Faces" non è però soltanto pesantezza. La title track, "Dead Inside" e "Inside My Space" introducono una dimensione più oscura, personale e introspettiva. Quanto c’è di autobiografico nei testi e quanto invece preferisci lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta?
La maggior parte del disco è basato su esperienze personali... mie o di persone a me vicine, ma spesso mischiate con componenti più fantasy come religione o fiabe horror per dare più enfasi al racconto. Certo, il bello dei testi è che ci puoi leggere più versioni e magari adattarlo a te.

4. Il titolo "All My Faces" sembra essere quasi la chiave di lettura dell’intero album: diverse sfaccettature, diverse emozioni e diversi modi di raccontare la stessa persona. Quali sono, secondo te, le “facce” che questo disco mette maggiormente in evidenza?
È un disco molto vario chiaramente, soprattutto a livello di testi: c'è la realtà urbana, l'amicizia, l'amore malato, la religione e poi c'è "Kiss of Keratis" dove il racconto diventa horror/fantasy... ma soprattutto nell'album ci sono tutte le mie sfaccettature: aggressività metal, new wave, pop e rock!


5. Nella recensione abbiamo sottolineato come le influenze siano riconoscibili, ma senza trasformare l’ascolto in una sorta di “indovina da dove arriva questo riff”. Quali sono gli artisti e i dischi che hanno avuto il peso maggiore nella costruzione del tuo linguaggio musicale e come riesci a trasformare quelle influenze in qualcosa che senti realmente tuo?
Sono cresciuto con la new wave anni '80 dei Depeche Mode, New Order, Duran Duran ecc., ma poi mi sono evoluto dagli anni '90 con il metal moderno (per l'epoca) di Korn, Slipknot, Fear Factory e Machine Head. La mia musica è un insieme di questi 2 stili e credo che in futuro si sposterà ancor di più sul lato '80, ma sempre suonato con chitarre pesanti e doppia cassa!

6. La produzione di "All My Faces" restituisce un suono moderno, compatto e aggressivo, ma senza trasformare tutto in un muro indistinto. Quanto è stato importante, in fase di produzione, trovare il giusto equilibrio tra potenza e definizione? Avevi già in mente un preciso modello sonoro?
La produzione è come sempre affidata al grande Lorenzo Gavinelli degli Zero Point Energy Studios di New York. L'idea era quella di dare un suono potente e pieno senza scadere nei cliché del modern metal degli ultimi 5 anni. Un suono moderno ma che ricorda la seconda metà dei '90, quando le band avevano personalità!

7. "Religion And Godz", con la partecipazione di Marco Calabrese, aggiunge una sfumatura particolare alla tracklist. Come è nata questa collaborazione e cosa pensi che Marco abbia portato al brano che probabilmente non avrebbe avuto nella sua versione originale?
Religion and Godz nasce come un tributo ai Soulfly, semplice e d'impatto e divertente da suonare live. Marco ha contribuito con un assolo alla Slayer che ci stava alla grande. Anche il testo, semplice e crudo, rende la prestazione dal vivo davvero una bomba!

8. Una delle caratteristiche che abbiamo evidenziato è la forte coerenza dell’album. Allo stesso tempo, però, abbiamo osservato che dopo diversi ascolti alcune strutture possono risultare abbastanza simili e che una formula così precisa rischia, occasionalmente, di diventare prevedibile. È una critica che senti condivisibile oppure pensi che la riconoscibilità debba necessariamente venire prima della ricerca di nuove soluzioni?
È una critica costruttiva che mi ha fatto rivalutare la tracklist. Un paio di canzoni hanno lo stesso groove. È un limite anche dovuto al fare tutto da solo, mancano influenze di altri componenti.

10. "All My Faces" è un album indipendente e nasce evidentemente senza la necessità di inseguire formule commerciali o tendenze. Dopo aver portato a termine questo lavoro, cosa hai imparato su te stesso come musicista e quale sarebbe la direzione che vorresti esplorare con i Whatafuck nel prossimo capitolo?
Ascoltando e riascoltando il mio lavoro ho capito che devo migliorare il mio cantato, forse poco interpretativo, anche se qualcuno potrebbe dire che è il mio stile. Strumentalmente la direzione che prenderò sarà una diversificazione più evidente dei brani ed un uso maggiore di chitarre acustiche misto a sintetizzatori. Una bella sfida. Per il prossimo disco mi farò trovare preparato!


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