(2025)
Non è semplice inquadrare “Dark Signs” attraverso una sola etichetta, e forse è proprio questo il primo elemento da considerare. Gli Entropy partono da una matrice heavy metal piuttosto evidente, ma nel corso dei dieci brani inseriscono thrash, power, aperture melodiche e soluzioni più articolate, mantenendo una scrittura che raramente procede secondo il prevedibile schema strofa-ritornello-assolo. È il risultato di una band con una storia ormai ultratrentennale, ma soprattutto di una formazione che oggi sembra avere trovato un equilibrio particolarmente produttivo. Tre quarti degli Entropy attuali appartengono infatti alla formazione storica: Michele Antonio Coppola dietro la batteria, Marco Campassi al basso e Arnaldo “Al” Laghi alla voce. A completare il quartetto è Biagio Valenti, chitarrista già attivo nei Larsen, il cui ingresso ha avuto un peso evidente sulla costruzione del disco. La stessa band ha indicato nel suo lavoro di compositore e arrangiatore uno degli elementi determinanti dell'evoluzione recente. L'aspetto più interessante di “Dark Signs” non è dunque la semplice potenza esecutiva, che pure non manca, ma il modo in cui gli Entropy utilizzano il linguaggio dell'heavy per costruire situazioni differenti. “Box 44” apre il disco con una scrittura muscolare, basata su un riffing serrato e su una sezione ritmica che tende a spingere in avanti il brano anziché limitarsi a sostenerlo. La batteria di Coppola è precisa e soprattutto funzionale alla dinamica: accelerazioni e rallentamenti non vengono utilizzati come semplici variazioni ornamentali, ma contribuiscono alla costruzione della tensione.
Con “End of Time” compare invece una delle caratteristiche più interessanti dell'album: la capacità di inserire melodie meno prevedibili all'interno di una struttura fondamentalmente heavy. È un brano che apre il disco verso una dimensione più ampia, quasi epica, senza abbandonare il peso delle chitarre. Non è casuale che sia stato indicato anche da altre analisi del disco come uno degli episodi maggiormente caratterizzati da aperture melodiche e soluzioni particolari. “Perfect World” lavora maggiormente sul contrasto. L'attacco veloce lascia spazio a una sezione più compatta e cadenzata, dove il riff diventa il vero elemento architettonico del pezzo. È una soluzione che gli Entropy sfruttano bene perché evita l'effetto “corsa continua” e permette alla batteria di Coppola e al basso di Campassi di assumere maggiore presenza nel mix. “Time of the Peril” rappresenta invece uno degli episodi più vicini alla tradizione heavy/thrash. Il riffing è più nervoso, la scansione ritmica più secca e gli arrangiamenti sembrano volutamente trattenere l'esplosione definitiva. Qui si avverte una delle qualità migliori degli Entropy: la capacità di non confondere velocità con aggressività. Un riff può risultare più violento quando viene fatto respirare, anziché semplicemente accelerato. La title track “Dark Signs” è probabilmente il brano in cui il nuovo corso trova la sintesi più riuscita. Le chitarre di Valenti non puntano esclusivamente sul peso, ma lavorano sulle dinamiche e sugli spazi, facendo emergere una componente melodica che non viene applicata sopra il riff come una decorazione, ma nasce dal suo stesso sviluppo. È una differenza importante e rappresenta uno degli aspetti che rendono il disco più interessante di un semplice album di heavy metal muscolare.
Poi arriva “Saggy and Floppy”, che rompe completamente il quadro. Il brano dura appena un minuto e mezzo ed è volutamente grottesco e scomposto. È probabilmente la scelta più inaspettata dell'album e, proprio per questo, una delle più riuscite sul piano della scrittura. Gli Entropy dimostrano di non avere paura di interrompere il flusso del disco con qualcosa che non rispetta le convenzioni della forma-canzone. Non sarà necessariamente il pezzo che tutti vorranno riascoltare, ma è uno dei segnali più evidenti della personalità della band. Il vero banco di prova è però “The Four Tempters”, oltre dieci minuti che costituiscono la composizione più ambiziosa dell'album. Qui gli Entropy possono finalmente sviluppare tutte le loro anime: heavy, melodia, groove, accelerazioni e momenti più introspettivi. La struttura a più sezioni evita di trasformare la lunga durata in semplice dilatazione e rende il brano una sorta di manifesto della formazione attuale. La stessa band lo considera rappresentativo proprio perché raccoglie le diverse componenti della propria scrittura. È anche qui, tuttavia, che emerge uno dei limiti del disco. Alcune sezioni avrebbero beneficiato di un maggiore sviluppo prima della risoluzione. Gli Entropy hanno idee sufficienti per permettersi qualche rischio in più: quando introducono una variazione armonica o un passaggio atmosferico, viene spontaneo chiedersi cosa accadrebbe se decidessero di seguirlo fino in fondo invece di tornare relativamente presto al terreno heavy. La tecnica c'è; sarebbe interessante vedere una maggiore disponibilità a lasciare irrisolte alcune tensioni. “Lovemeless” recupera invece una dimensione melodica più marcata, con un lavoro chitarristico che dimostra come Valenti sappia utilizzare la tecnica senza trasformarla in esibizione. “Hellcop” guarda maggiormente alla tradizione dell'heavy britannico, mentre “T.O.T.” riporta il disco su coordinate più aggressive.
La chiusura con “Black Metal” dei Venom è infine una dichiarazione d'intenti. Gli Entropy non cercano di modernizzare artificialmente il brano, ma lo ripropongono con un suono più definito, lasciando emergere quanto quella scrittura primitiva abbia influenzato generazioni successive di metal. Sul piano vocale, Arnaldo “Al” Laghi evita di uniformare tutto a un'unica soluzione. La sua interpretazione passa dall'acidità tipica dell'heavy più aggressivo a momenti più melodici, contribuendo a differenziare i brani. È una voce che possiede soprattutto carattere: non cerca la perfezione levigata del metal contemporaneo e proprio per questo mantiene una certa personalità. La produzione valorizza questo approccio. Gli strumenti rimangono leggibili, le chitarre hanno peso senza sommergere il basso e la batteria conserva un attacco sufficiente a rendere percepibile il lavoro ritmico. Il risultato è moderno senza perdere completamente quella fisicità che appartiene alla tradizione heavy italiana. “Dark Signs” non è però un disco privo di difetti. In alcuni episodi la quantità di idee rischia quasi di diventare superiore alla necessità di svilupparle: certi cambi di direzione sono interessanti, ma non sempre vengono trasformati in elementi realmente memorabili. Allo stesso modo, la componente heavy rimane talvolta così dominante da rendere alcune soluzioni più prevedibili di quanto il potenziale della band permetterebbe.
Sono comunque limiti costruttivi, perché indicano una direzione precisa per il futuro. Gli Entropy sembrano avere raggiunto il punto in cui non devono più dimostrare di saper suonare heavy metal: possono permettersi di lavorare maggiormente sulle strutture, sui contrasti e sulle idee meno immediate. E proprio questo è il valore di “Dark Signs”: non la semplice conferma di una band storica, ma la dimostrazione che una formazione con oltre trent'anni di attività può ancora trovare nuovi equilibri senza rinnegare il proprio passato. Michele Coppola e Marco Campassi forniscono una base ritmica solida e autorevole, Laghi conserva una personalità vocale riconoscibile e Biagio Valenti aggiunge quella componente compositiva che permette agli Entropy di guardare oltre la semplice riproposizione della propria storia. Un album maturo, tecnico quando serve, melodico senza diventare accomodante e sufficientemente imprevedibile da meritare più di un ascolto. Non tutto è perfettamente a fuoco, ma le intuizioni migliori fanno pensare che gli Entropy abbiano ancora parecchio da dire.
Salvatore G.
Tracklist:
1. Box 44
2. End of Time
3. Perfect World
4. Time of the Peril
5. Dark Signs
6. Saggy and Floppy
7. The Four Tempters
8. Lovemeless
9. Hellcop
10. T.O.T.
11. Black Metal (Venom cover)
Line-up:
Michele Antonio Coppola - Drums
Arnaldo “Al” Laghi - Vocals
Marco Campassi - Bass
Biagio Valenti - Guitars

Commenti
Posta un commento