In questa intervista, abbiamo il piacere di dialogare con Uruk-Hai, artista dietro il progetto one man band Omnia Malis Est. Con una musica che unisce ambient, metal estremo, sinfonico e orchestrale, Uruk-Hai esplora territori sonori spesso inesplorati, creando un viaggio immersivo e senza interruzioni. Di seguito, le sue risposte ci offrono uno sguardo approfondito sul processo creativo, le scelte artistiche e il significato dietro il suo album OME.
1. OME è un unico blocco sonoro di quasi un’ora. Quando hai deciso che non avrebbe avuto divisioni in tracce?
Ho deciso di non dividerlo in tracce nel momento in cui ho capito che OME doveva essere, prima di tutto, un piccolo manifesto contro la fruizione distratta della musica. Oggi siamo abituati allo skipping selvaggio: pochi secondi, un giudizio sommario e via, alla ricerca del prossimo stimolo. Volevo che OME fosse esattamente l’opposto, quasi uno schiaffo in faccia a questa abitudine. L’opera nasce infatti come un flusso unico, pensato per essere attraversato dall’inizio alla fine. Non è costruita secondo la logica strofa-ritornello, né ha bisogno di compartimenti stagni. È un viaggio, o, se preferisci, un libro: puoi anche leggerne una pagina e chiuderlo, naturalmente, ma poi non lamentarti se non hai capito un tubo.
2. Hai pensato il disco come un viaggio lineare o come più sezioni cucite insieme?
È stato pensato come un unico viaggio sonoro. Un viaggio che richiede un minimo di disponibilità mentale: concentrazione, ma anche uno stato d’animo abbastanza rilassato da lasciarsi attraversare dalla musica.Il disco alterna circa trenta minuti di partiture puramente ambient ad altrettanti di una forma di metal estremo, sinfonico, orchestrale e melodico. Tutto è strumentale, senza voce, e le due anime non sono semplicemente accostate: si fondono progressivamente. Per questo l’ascolto in cuffia in un momento adeguato è, secondo me, il modo migliore per coglierne le sfumature.
3. C’è una narrazione nascosta anche senza testi?
No. OME non nasconde nessuna narrazione e non pretende di raccontare una storia. Non volevo dire qualcosa di preciso, né costruire un significato profondo da consegnare all’ascoltatore con tanto di libretto d’istruzioni. È musica, punto. Nel momento della composizione, però, tutto nasce da uno stato d’animo preciso, da una necessità del momento. Io compongo quando sento di doverlo fare, non perché abbia deciso a tavolino di produrre una determinata cosa. È una forma di liberazione: qualcosa che deve uscire e, una volta uscito, non è necessariamente mio compito spiegare all’ascoltatore cosa dovrebbe significare. Fare tutto da solo, da one man band, rende il processo tutt’altro che semplice: ogni scelta compositiva, tecnica e produttiva ricade sulle mie spalle. È uno sforzo enorme, ma è anche il motivo per cui il risultato rimane così personale. Quindi no, nessuna narrazione nascosta. Se qualcuno vuole trovarci la propria, ben venga. La musica può essere anche uno specchio; non è obbligatorio che sia il musicista a decidere cosa debba riflettere.
4. Il titolo OME è minimale: rappresenta un punto finale, un ciclo o qualcosa di più astratto?
OME, acronimo di Omnia Malis Est, nasce proprio dal desiderio di avere un titolo il più conciso e astratto possibile. Non volevo che il nome dell’album condizionasse l’ascolto, così come non volevo testi o voce a suggerire una chiave di lettura precisa. L’idea era lasciare la musica il più possibile nuda, da esplorare e contemplare. A dire il vero, se avessi potuto non mettere alcun titolo, probabilmente non avrei messo nulla. Poi, però, sarebbe stato impossibile gestirlo tramite i canali di streaming. Quindi OME è anche una necessità pratica.
5. Quanto è stato difficile mantenere alta l’attenzione per così tanto tempo senza interruzioni?
Non lo considero particolarmente difficile, almeno per il mio modo di comporre. Anzi, la parte ambient mi ha dato la possibilità di lavorare moltissimo sulle sfumature: tastiere, sintetizzatori, campionamenti e variazioni minime permettono di cambiare continuamente colore senza dover ricorrere per forza a svolte evidenti. Alcuni hanno descritto l’album come un saliscendi di emozioni, e credo sia una definizione abbastanza centrata. Anche quando l’ambient sembra più monotono o rarefatto, sotto la superficie qualcosa continua a muoversi. L’ambient funziona quando il suono evolve: a volte in modo ragionato, altre attraverso processi più casuali e randomici. L’obiettivo è evitare che la lentezza venga confusa con immobilità. E, soprattutto, evitare che l’ascoltatore si annoi. Credo di esserci riuscito.
6. Hai mai temuto che la durata potesse diventare un ostacolo per l’ascoltatore?
Mi auguro quasi che lo sia. Se cinquanta o sessanta minuti di un’unica traccia spaventano qualcuno, significa che OME sta già facendo una prima selezione naturale. Non mi interessa accumulare numeri. Mi interessa chi ha davvero voglia di affrontare un viaggio di questo tipo, con la concentrazione e lo stato mentale necessari. La durata, in questo senso, non è un difetto da nascondere: è parte dell’idea. Se poi qualcuno vede 57 minuti e scappa, pazienza. Almeno abbiamo risparmiato a entrambi del tempo.
7. Esiste un momento preciso del brano che consideri il cuore del disco?
No, non c’è un cuore preciso. Le parti ambient sono quelle che mi hanno dato più soddisfazione, soprattutto perché rappresentavano per me un territorio nuovo. Era la prima volta che mi muovevo seriamente in quella direzione e sono molto soddisfatto di come è andata. Le parti metal, invece, appartengono a un linguaggio che conosco da più di vent’anni. Sono parti che amo e che mi rappresentano, ma non costituiscono una novità nel mio percorso. L’ambient, al contrario, mi ha costretto a uscire da abitudini consolidate. Ed è probabilmente proprio per questo che mi inorgoglisce di più.
8. Hai lavorato per contrasti o per accumulo progressivo?
Per entrambi. Un album come OME ne aveva bisogno. Il contrasto serve a evitare la monotonia e a creare punti di tensione e rilascio; l’accumulo progressivo, invece, permette di mantenere una forte coesione dall’inizio alla fine. Sono due strumenti diversi, ma lavorano nella stessa direzione: far percepire il brano come un organismo unico, non come una sequenza di episodi messi in fila perché altrimenti mancava qualcosa.
9. L’assenza di pause è una scelta artistica o una necessità espressiva?
È una scelta artistica, ma anche una scelta volutamente scomoda. L’assenza di pause rende più difficile una fruizione superficiale e, di conseguenza, seleziona naturalmente chi ha voglia di affrontare davvero il disco. Non mi interessa quante persone ascoltino l’album. Mi interessa che quelle che lo ascoltano gli riconoscano il peso che la musica dovrebbe avere. In un’epoca in cui tutto deve essere immediato, facilmente consumabile e possibilmente dimenticabile entro sera, mi sembrava interessante fare esattamente il contrario.
10. OME va ascoltato in un’unica sessione o può essere “spezzato” senza perdere senso?
Consiglio vivamente un ascolto unico, preferibilmente in cuffia e in un momento di relax o comunque con uno stato mentale favorevole. Tecnicamente l’ascoltatore può spezzarlo come vuole, e su Bandcamp l’album è infatti disponibile diviso in tre parti per necessità pratiche.Ma interromperlo significa perdere qualcosa: l’idea del viaggio, l’evoluzione costante del suono, la sensazione che il brano si sviluppi come le pagine di un libro.Non posso impedire a nessuno di metterlo in pausa. Posso solo consigliare di non farlo. Poi, come sempre, la libertà dell’ascoltatore arriva fino a quando decide di premere il tasto pausa.
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