I 30 Denari raccontano la genesi e l’identità di “Kindly Plotting For Riot” come un equilibrio continuo tra impulso e costruzione, tra urgenza espressiva e lavoro di definizione sonora. Il disco nasce da un approccio viscerale e istintivo, ma si sviluppa attraverso un’attenta ricerca di forma, dinamiche e impatto fisico, con l’obiettivo di creare una musica che non sia solo ascoltata, ma vissuta. Tra elettronica e chitarre, densità sonora e tensione emotiva, riferimenti culturali e radici italiane, il progetto si muove in uno spazio in cui l’identità si costruisce per sottrazione e confronto, più che per imitazione. Il risultato è un lavoro compatto, diretto e stratificato, che riflette una visione precisa: trasformare il caos in linguaggio senza perdere l’istinto originario.
1. Kindly Plotting For Riot suona come qualcosa di viscerale e immediato: è nato di pancia o c’è stato un grande lavoro di costruzione dietro?
“Kindly Plotting For Riot” è nato da un impulso molto istintivo: volevamo catturare una tensione precisa, quasi fisica, senza filtrarla troppo. Le prime idee sono venute fuori di getto, partendo da composizioni che Zuzu aveva scritto quasi come forma di esorcismo dei tempi bui della pressione contemporanea — della vita, della società, del senso costante di compressione che viviamo ogni giorno. Da lì il materiale è stato filtrato e rielaborato insieme in sala prove, cercando di catturare la stessa energia viscerale e imprevedibile che esprimiamo durante i live. Però dietro quella spontaneità c’è stato anche un lavoro molto attento di costruzione del suono e delle dinamiche. Ci interessava mantenere l’impatto emotivo iniziale senza perdere profondità nei dettagli, quindi abbiamo lavorato parecchio sugli arrangiamenti, sugli spazi e sul modo in cui ogni elemento potesse contribuire a creare quella sensazione di inquietudine e movimento continuo.
2. Il disco ha un impatto molto fisico: quanto conta per voi colpire l’ascoltatore in modo diretto?
Conta tantissimo. Volevamo che il disco non fosse solo qualcosa da ascoltare, ma quasi da “subire” fisicamente: basse frequenze che ti spostano, dinamiche che ti tengono in tensione, momenti che arrivano addosso senza filtri. Ci interessa creare una reazione immediata, viscerale, prima ancora di quella razionale. Allo stesso tempo, però, l’impatto fisico non è fine a sé stesso. Dietro c’è sempre la ricerca di un’emozione precisa: disagio, energia, liberazione, senso di sospensione. Quando una persona sente il corpo reagire a un suono, spesso abbassa anche le difese emotive, ed è lì che la musica riesce davvero a entrare. Vorremmo creare una breccia nell’attenzione di chi ascolta e lasciargli un dubbio, per farlo pensare e ricordare e magari portarci con lui in questi sentieri.
3. Il bilanciamento tra elettronica e chitarre è centrale: come avete lavorato su questo equilibrio?
È stato uno degli aspetti più delicati del lavoro. Non volevamo che elettronica e chitarre si limitassero a convivere: l’idea era farle diventare parte dello stesso linguaggio sonoro. In alcuni brani le chitarre sono trattate quasi come texture elettroniche, mentre certe parti sintetiche hanno un impatto e una fisicità molto “rock”. Abbiamo lavorato molto sugli spazi e sulle dinamiche, cercando di capire di volta in volta quale elemento dovesse guidare il pezzo e quale invece dovesse creare tensione o atmosfera. Spesso il punto non era aggiungere, ma togliere: lasciare respirare un suono perché l’altro potesse colpire davvero. A volte ho tolto note, lasciando che fossero gli accenti dei delay a riempire in maniera ritmica lo spazio. Anche in fase di produzione e mix abbiamo cercato un equilibrio non troppo “pulito”: ci piaceva mantenere attrito, saturazione, imperfezioni. È lì che nasce il carattere del disco, secondo noi.
4. Le influenze si percepiscono ma non dominano: come riuscite a mantenerle sotto controllo?
Penso che il punto di partenza sia proprio questo: nella band abbiamo tutti influenze molto diverse, ed è stato un buon punto di partenza per cercare una nostra amalgama personale. Ognuno arriva con un background e un immaginario differente, e il confronto tra queste sensibilità è diventato parte integrante del nostro suono. Le influenze ci sono inevitabilmente, perché fanno parte di quello che ascoltiamo e ci ha formato, ma cerchiamo di usarle più come stimoli che come modelli da replicare. Quando lavoriamo a un brano, l’obiettivo è capire se quello che stiamo facendo suona davvero nostro, anche a costo di allontanarci dalle reference iniziali. Cerchiamo però di non forzare troppo il risultato: tutto deve rimanere fluido e coerente, quasi naturale, per riuscire a cogliere davvero l’immagine del brano e quello che il pezzo richiede in quel momento. A volte un’idea nasce da un immaginario molto preciso, poi cresce in modo diverso durante la scrittura, gli arrangiamenti o la produzione, ed è importante lasciare spazio a quell’evoluzione. Credo che mantenere le influenze “sotto controllo” significhi proprio questo: assorbire atmosfere, tensioni e approcci diversi, ma trasformarli in qualcosa che abbia un’identità coerente e personale, invece di limitarsi a citare dei riferimenti riconoscibili.
5. “Modern Era Working Class” è un manifesto: è stato scritto come tale fin dall’inizio?
In parte sì. Fin dall’inizio sentivamo che “Modern Era Working Class” avesse un peso particolare, non solo come titolo ma come immaginario e direzione del disco. Racchiudeva molte delle tensioni che volevamo raccontare: alienazione, pressione costante, precarietà emotiva e quel senso di sopravvivenza continua che fa parte della nostra generazione. Non è nato però come un manifesto costruito a tavolino. Più che lanciare un messaggio esplicito, volevamo catturare una sensazione condivisa, qualcosa che potesse essere percepito in modo diretto e reale. Anche per questo abbiamo cercato di mantenere tutto molto istintivo e sincero, senza trasformare il concetto in uno slogan. Col tempo ci siamo resi conto che quel titolo sintetizzava bene l’identità del progetto, perché dentro ci convivono sia l’aspetto più umano ed emotivo sia quello più fisico e sonoro del disco. In quel senso è diventato quasi naturalmente un manifesto del nostro modo di vedere e fare musica.
6. I vostri testi sono molto espliciti: è una scelta politica oltre che artistica?
Tutto è diventato politica, perché la politica oggi spesso tende a dividere e a lasciare le persone disorientate. Anche scelte quotidiane come cosa mangiare o cosa bere vengono lette in chiave politica. Per noi, però, non si tratta di alimentare questa divisione: non vogliamo contribuire a creare ulteriori fratture, ma piuttosto proporre un’idea di unione, di dialogo e di apertura al confronto. Sì, in parte lo è. Essere così espliciti nei testi nasce prima di tutto da un’esigenza artistica e personale: volevamo che quello che stavamo raccontando arrivasse in modo diretto, senza troppi filtri o sovrastrutture. Ci interessava trasmettere emozioni e situazioni reali, anche quando risultano scomode o dure da affrontare. Allo stesso tempo crediamo che raccontare apertamente certe dinamiche sociali, emotive e generazionali abbia inevitabilmente anche una dimensione politica. Non tanto nel senso di voler dare risposte o fare propaganda, quanto nel prendere posizione attraverso quello che scegli di mostrare, nominare o mettere in discussione. Cerchiamo comunque di mantenere tutto molto umano e concreto, senza forzare il messaggio. Anche nei testi vale lo stesso approccio che abbiamo nella musica: deve esserci fluidità e coerenza con l’immagine del brano e con quello che il pezzo sta comunicando in quel momento.
7. Il suono è teso e compatto: avete lavorato per evitare momenti di “respiro”?
No, non è stata una scelta fatta per evitare momenti di respiro in senso strategico. Più che altro è qualcosa che ci appartiene a livello istintivo: una sorta di horror vacui che ci pervade quando lavoriamo ai brani. Abbiamo la tendenza a riempire lo spazio sonoro, a tenerlo sempre in tensione, come se il vuoto fosse qualcosa da interrogare o da spingere subito a riempirsi. Non è un’idea di controllo o di rigidità, ma proprio una risposta naturale al modo in cui percepiamo il suono e l’energia dei pezzi. Detto questo, non significa che non ci siano dinamiche o aperture, ma anche quelle spesso nascono dentro una densità generale più che da un vero “vuoto”. È un equilibrio che cerchiamo senza forzarlo troppo, lasciando che sia il brano stesso a dirci quanto può respirare.
8. Che ruolo ha la componente italiana nel vostro sound?
La componente italiana per noi è molto più centrale di quanto si possa pensare, anche se magari non emerge in modo “diretto” o didascalico nel suono. Siamo cresciuti ascoltando realtà come Kina, Negazione, Diaframma, Pankow, Limbo, Disciplinatha e i primi Litfiba. Sono stati ascolti formativi perché non erano solo “band” in senso classico, ma progetti con un’identità fortissima, spesso molto radicali, con un’idea di suono e di scrittura che andava oltre le mode del periodo. Per noi certi dischi sono tutt’oggi anni luce avanti rispetto a tante produzioni internazionali, soprattutto per personalità, visione e carisma. Questa eredità non la intendiamo come citazione o revival, ma come un modo di pensare la musica: diretta, fisica, con una forte identità. Anche se poi il nostro suono si è contaminato con altro, quella radice italiana resta una parte importante del modo in cui affrontiamo la scrittura e la produzione.
9. Quanto è cambiato il vostro modo di fare musica rispetto agli inizi?
È cambiato molto, soprattutto nel modo in cui prendiamo le decisioni e nel rapporto tra istinto e consapevolezza. All’inizio era tutto più impulsivo e caotico: si partiva da un’idea e la si portava avanti quasi senza filtri, con meno attenzione alla struttura generale o alla direzione complessiva del suono. C’era molta energia, ma anche meno capacità di capire quando un’idea funzionava davvero o quando stava semplicemente accumulando elementi. Col tempo abbiamo iniziato a lavorare in modo più lucido, senza però perdere l’approccio istintivo. Oggi c’è più confronto, più attenzione all’equilibrio tra i suoni, tra ciò che serve e ciò che è superfluo. Anche il modo di scrivere è diventato più essenziale: ci interessa arrivare subito al nucleo del pezzo, senza girarci troppo intorno. La cosa importante è che non abbiamo mai voluto “correggere” il nostro modo di essere, ma piuttosto dargli una forma più coerente. In questo senso il cambiamento non è stato una perdita di spontaneità, ma un modo per renderla più efficace.
10. Questo album rappresenta una rottura o una continuità nel vostro percorso?
È entrambe le cose. Da un lato c’è una continuità molto chiara con quello che siamo stati fino a ora: lo stesso approccio istintivo, la stessa attenzione alla fisicità del suono, lo stesso bisogno di esprimere tensione ed emozione in modo diretto. Dall’altro lato però è anche una rottura, soprattutto nel modo in cui abbiamo messo a fuoco l’identità del progetto. Rispetto al passato siamo stati più consapevoli delle scelte, più attenti a eliminare il superfluo e a costruire un suono più definito, più compatto e coerente. Abbiamo anche scelto con molta cura le collaborazioni, sia per ampliare i nostri orizzonti sia per dare più pathos agli arrangiamenti, ma anche per provare a portare avanti un’idea di unione tra realtà della scena indipendente, dove spesso domina l’egocentrismo più che la condivisione. In questo percorso è stato fondamentale anche il lavoro con Iva Monibidin, scelto per cercare di governare il caos che pervade le nostre creazioni e darne una forma più leggibile senza snaturarne l’identità. In questo senso c’è stata davvero una rottura, ma soprattutto la ricerca di un nuovo inizio, più consapevole e definito, pur mantenendo intatta la nostra natura di fondo. Grazie di cuore per lo spazio che ci avete concesso, cari lettori supportate la scena underground: ci sono tonnellate di ottime band ed artisti che meritano la vostra attenzione.
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